© Valentina Sardu 2022
Ricamo a mano su tela. 40 x 50 cm.
Qualche parola sulla genesi di quest’opera con qualche foto del work in progress…
30 Gennaio 2022
Negli ultimi anni ho maturato l’idea che la vita sia più un susseguirsi di traumi e dolore, che altro. Probabilmente a parlare, ora, sono la mia depressione e la mia ansia, ma se sono depressa e ansiosa è perché il dolore cronico ormai mi accompagna da anni, così come le perdite e i traumi subiti che faccio sempre più fatica a superare. Il vivere anche in un mondo totalmente folle e privo di ogni logica non aiuta: è stancante e destabilizzante. Tento di fare appello a tutta la mia resilienza e, per cocciutaggine, continuo comunque a cercare un minimo di quella logica mancante in ciò che vivo.
Sono agnostica: non riesco a credere ciecamente in un Dio e di conseguenza neppure a trarre conforto nei dogmi di una fede, ma neppure riesco a negarne l’idea, in fondo come potrei? Nel momento in cui ci soffermiamo ad osservare la natura, scopriamo che anche ciò che potrebbe apparirci incomprensibile e caotico, segue in realtà regole precise e motivate, segno di un pensiero dietro a ciò che è stato creato. In questa piccola consapevolezza, io trovo rifugio.
Nel 1908, il matematico russo Georgij Voronoj studiò e definì un particolare tipo di modello geometrico presente in natura: una tassellatura in cui ogni tassello, detto regione o cella, è generato da un determinato punto, detto seme, e dove tutto ciò che si trova all’interno di una regione risulta sempre più vicino al seme di quella stessa regione a cui appartiene, rispetto ai semi delle altre; inoltre, le linee di confine tra le regioni sono sempre esattamente a metà strada tra i semi di due regioni adiacenti. Nel momento in cui i vari punti generatori sono posti su una griglia regolare, si crea una tassellatura altrettanto regolare, come accade ad esempio negli alveari, composti da celle esagonali. Più di frequente, le strutture naturali sono irregolari, ma pur sempre corrispondenti a criteri volti a favorire efficienza, resistenza, sopravvivenza, quindi mai casuali: si pensi ad esempio ai pattern delle ali di libellule e farfalle, flessibili e solo all’apparenza delicate; i carapaci che fanno da scudo alle tartarughe; le macchie del manto delle giraffe, utili per il riconoscimento tra simili e allo stesso tempo per il camuffamento. Tutti questi esempi sono strutture di Voronoj. Lo sono anche le venature delle foglie, la struttura interna ed esterna di molti frutti, così come la configurazione stessa in cui si moltiplicano le cellule.
Lo studio di questi modelli viene ora applicato dall’uomo in molti campi, dall’architettura per la progettazione di edifici esteticamente piacevoli ma anche funzionali e antisismici, per passare alla meteorologia, l’informatica, la topografia, etc. In campo medico, questo stesso criterio geometrico-matematico può aiutare a studiare la progressione di un tumore e prevederne l’andamento.
Personalmente trovo tutto questo non solo affascinante ma anche piuttosto confortante.
Da un periodo per me particolarmente difficile, e da queste considerazioni, è nata la mia ultima opera: SKIN.

La pelle è il nostro tessuto di barriera, il confine fisico tra ciò che siamo noi e l’ambiente esterno. La pelle comunica e difende. È stata pensata per resistere e proteggere. Se danneggiata si rimargina. Sa adattarsi. Guardatela bene con attenzione: anche la nostra pelle, come quella di qualsiasi altro essere vivente, segue il principio dei diagrammi di Voronoj.
La resilienza è connaturata in noi.
Per rappresentarla ho disegnato con matita, squadrette e compasso, alla vecchia maniera, varie tassellature di Voronoj partendo da punti casuali sul foglio. Esistono script per programmi professionali di design che generano in automatico delle strutture di questo tipo, ma desideravo che il processo di creazione mi appartenesse dall’inizio alla fine, e ho voluto quindi seguire ogni fase senza automatismi. È stata una di quelle volte in cui ho considerato l’atto del progettare, disegnare e ricamare, quasi più importante del risultato stesso, e ci sono stati giorni in cui mi ha aiutata ad andare avanti e a non sprofondare nella depressione.
Dopo aver disegnato più strutture, ne ho scelta una per rappresentare la pelle, e un’altra per raffigurare i vasi sanguigni. Ho sovrapposto i due reticoli riportandoli su carta velina e poi sulla tela. Questa, il “tessuto”, è in questo caso, più che mai, parte integrante dell’opera, per ciò che simboleggia e per la sua stessa armatura. Avevo bisogno di una tela robusta, a trama regolare, che enfatizzasse la natura geometrica dei pattern che avrei poi ricamato. Ho scelto dunque una tela Aida, nello specifico quella naturale in misto lino-cotone, dall’aspetto grezzo, di Tessitura Artistica Chierese con 58 fori in 10 cm. La mia intenzione era riordinare e rendere visibile quel rigore matematico nascosto che i nostri occhi non sono in grado di vedere. Non volevo assolutamente creare una illustrazione di tipo scientifico ma semplicemente partire da un principio matematico per creare una metafora figurativa di ciò che è la nostra potenziale forza.

Come ho detto prima, se i punti che generano una struttura sono posti tra loro a distanze regolari, è possibile creare dei pattern regolari e ripetitivi, esattamente come i motivi utilizzati nel ricamo blackwork. Non tutti i pattern blackwork sono strutture Voronoj. Io ne ho sviluppati alcuni che seguissero entrambi i princìpi (uno è proprio il classico ad alveare). Li ho costruiti sulla trama a quadretti della tela Aida, facendo corrispondere uno dei punti generatori di ciascun pattern con uno dei punti generatori della struttura base della pelle, ricamati a punto nodino.
Ogni pattern di ogni regione interagisce con i pattern delle regioni adiacenti, creando di fatto un’unica struttura. Ogni linea in questo ricamo non è casuale ma calcolata. Ho ricamato non solo con ago e filo ma anche con righello e goniometro. Ho dovuto anche tener conto della naturale lieve irregolarità dei quadretti della tela, aggiustando qua e là i punti nelle zone periferiche per poter far quadrare il tutto con un minimo di tolleranza.

In ogni macroregione, delimitata da un punto catenella in oro, si sviluppa un pattern (ricamato in nero) dapprima regolare e poi sempre più irregolare, che si slega dalla griglia della tela, pur sempre restando fedele alla regola che lo tiene unito a tutta la struttura.
Sono cellule in movimento, pronte ad adeguarsi ai cambiamenti e rigenerarsi.
La scelta dell’oro che lega, unisce e, se necessario, ripara, vuole essere un richiamo al kintsugi giapponese.

La struttura sottostante, ricamata a punto erba in rosso, è quella dei capillari: la vita. Volutamente, non l’ho fatta coincidere con la struttura della pelle. Le scorre sotto, attraverso; anch’essa con una sua logica, probabilmente.
Filati e punti di ricamo che ho utilizzato: cotone makò Aurifil in grossezze diverse, sia per le impunture nascoste, sia per la lavorazione blackwork (punto scritto e punto lanciato); cotone perlé vintage di medio spessore per i punti nodini; cotone mouliné DMC per il punto erba; filo metallizzato DMC Diamant Grandé per il punto catenella.
Iniziato a progettare il 28 dicembre 2021 e terminato il 30 gennaio 2022.




Il retro del ricamo

In ogni caos c’è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto.
– Carl Gustav Jung
